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Minoranze linguistiche: una questione di informazione e rispetto

minoranze linguistiche: il maso Trupi

Territori bilingue (o con addirittura più di due lingue) sono molto più diffusi di quanto non si pensi. Anche all’interno del nostro Paese ci sono diverse minoranze linguistiche, basti pensare al francese in Val d’Aosta, allo sloveno in Friuli Venezia Giulia, al tedesco in Alto Adige (a cui si aggiunge il Ladino, come lingua ufficialmente riconosciuta, in 5 vallate) e al sardo in Sardegna.

Spesso i territori bilingue sono aree di confine che non hanno sempre fatto parte del territorio nazionale. Altre volte sono zone con una fortissima identità, sottolineata anche a livello linguistico. Eppure, si tratta di un tema molto poco conosciuto e discusso e l’ignoranza, intesa proprio come mancata conoscenza (io, per esempio, ho scoperto scrivendo questo post che il sardo fosse una lingua legalmente riconosciuta), può portare a fraintendimenti e reazioni di intolleranza.

Il destino mi ha portato ad incrociare la mia vita e le mie esperienze, con il mondo, anzi, i mondi, delle minoranze linguistiche in territori bilingue. Dico ”i mondi”, proprio perché, se c’è una cosa che ho imparato, è che si tratta di realtà spesso profondamente diverse, sia come origine che come sviluppo e situazione attuale. Tuttavia, ognuna di queste storie, ha conosciuto sentimenti di forte intolleranza, molto spesso sfociati in aggressività e addirittura persecuzioni. Il rispetto delle minoranze linguistiche, laddove faticosamente raggiunto, è una novità degli ultimi anni, ma il passato racconta storie di denigrazione, emarginazione e, spesso, violenza.

MINORANZE LINGUISTICHE: LA STRADA PER IL RISPETTO PARTE DALL’INFORMAZIONE

Si tratta di realtà che trovo altamente interessanti e stimolanti; i miei stessi figli fanno parte di una di queste minoranze linguistiche. Ho già scritto, in passato, della nostra esperienza di famigia bilingue. Si tratta quindi di un tema che mi sta molto a cuore e che vorrei far conoscere, dal momento che l’informazione e la conoscenza sono, da sempre, le armi migliori contro l’intolleranza. Ciò che si conosce non si teme e con ciò che non si teme si può convivere in maniera serena.

Quanti di voi, per esempio, trovano un po’ fastidioso che in Alto Adige si parli tedesco? E quanti conoscono la storia che c’è dietro a questa “concessione”.

Ecco, mi sto già infilando a parlare delle “mie” storie e non le ho ancora introdotte. Torniamo un attimo indietro.

MINORANZE LINGUISTICHE: LE “MIE” STORIE

IL RUSSO IN ESTONIA

Durante l’ultimo anno di università sono stata 6 mesi in Erasmus a Tallinn, la capitale dell’Estonia. In questo periodo, oltre ad aver conosciuto il mio attuale marito (il che mi porterà poi alle storie seguenti), ho fatto, per la prima volta in vita mia, conoscenza con le tensioni tra gruppi linguistici diversi che condividono uno stesso territorio. In quel caso si trattava di russi (la minoranza) e estoni (la maggioranza).

Cosa ci fanno i russi in Estonia?

Semplice, l’Estonia era territorio dell’Unione Sovietica. Solo diversi anni di lotta sanguinosa, alla caduta degli zar, le ha permesso di arrivare all’indipendenza (1920). Indipendenza durata poco, perché, con la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Estonia, fu riannessa forzatamente ai territori russi. L’indipendenza definitiva arrivò non prima del 1991 e mise gli estoni nella posizione di rifarsi di tutte le ingiustizie subite dai russi negli anni di dominio, cosa che non mancano di fare. Quasi il 50% della popolazione che abita l’Estonia è di lingua russa, ma le due etnie rimangono profondamente separate e, io stessa, sono stata testimone di scontri, talvolta anche accesi.

LO SLOVENO IN CARINZIA

Dicevamo che il ragazzo conosciuto in Erasmus mi avrebbe portata alle altre storie. E infatti, con lui, ho conosciuto dall’interno, la storia degli sloveni in Carinzia, minoranza della quale lui stesso fa parte e, ora, fanno parte anche i nostri figli.

Ma come mai si parla sloveno in Carinzia?

La parte più meridionale della Carinzia, insieme ad alcuni territori del nord della Slovenia, faceva parte di uno stesso territorio, il ducato di Carinzia, inglobato poi dall’impero Austroungarico. Alla caduta dell’impero dopo la prima Guerra Mondiale, si decise attraverso una votazione, se il territorio dovesse entrare a far parte dell’allora Jugoslavia o della “nuova” Austria. La maggioranza, di lingua tedesca, votò perché il territorio rimanesse austriaco, ma la forte minoranza slovena non abbandonò la propria lingua e le proprie tradizioni. Lo stesso governo regionale, garantì di proteggere la minoranza slovena e di concederle medesimi diritti della popolazione di lingua tedesca.

Con l’annessione dell’Austria alla Germania nazzista (“Anschluss”) nel 1938, ci fu una “germanizzazione” forzata del territorio, che prevedeva, tra le altre cose, la conversione alla lingua tedesca per tutta la minoranza slovena.

Minoranze linguistiche: annessione Austria al terzo Reich

Immagine storica dagli archivi di stato

La lingua slovena fu eliminata dal programma scolastico e non fu più possibile, per chi parlasse sloveno, trovare (o mantenare) un posto di lavoro, i nomi vennero “tradotti”. Da lì, fino alla sconfitta della Germania per mano degli Alleati nel 1945, l’astio verso gli sloveni si trasformò in vere e proprie persecuzioni, violenze e deportazioni.

In pochissimi, spesso contadini (quindi autosufficienti) profondamente determinati, riuscirono a portare avanti la lingua all’interno della famiglia, permettendo che questa non andasse persa. Sembra una storia lontana, invece, se ci pensiamo bene, si tratta di pochissimi anni fa. Le difficoltà per gli sloveni in Carinzia, in ogni caso, non finirono con la caduta della Germania nazzista… il morbo dell’intolleranza, del sospetto e del disprezzo si erano ben radicati nella zona. Il risultato sono stati decine di anni di discriminazioni, e astio diffuso da parte della maggioranza di lingua tedesca.

Rispetto delle minoranze linguistiche: ho una storia da raccontarvi

Si tratta della storia di due persone, e dei loro figli. Due tra quei contadini determinati. Due persone che non ho mai conosciuto, ma di cui conosco diversi figli, nipoti e pronipoti, risultato della loro forza, perseveranza, coraggio e determinazione. Una storia vera che può far capire moltissime cose, più di qualsiasi discorso di rispetto “generalista”.

La storia di Janez e Maria sloveni in Carinzia
minoranze linguistiche: panorama dal maso Trupi

Panorama da Trupi

C’è un posto, in Carinzia, che sembra frutto di una magia. Un luogo isolato, circondato da boschi e pascoli, sulle montagne sopra a Villach, che offre un panorama mozzafiato su quello specchio turchese che è il Faaker See e che nelle giornate più serene arriva a mostrare anche il più lontano Wörthersee. Un posto unico, ma aspro e, fino a pochi anni fa, difficilmente accessibile. Era lì, in un maso di montagna, che abitavano Maria e Janez. Vivevano una vita molto semplice, da contadini, ma non gli mancava niente; lì, tutto quello che li circondava, apparteneva a loro, dai pascoli, al bestiame, al bosco. La loro famiglia aveva abitato quel maso e quel territorio, chiamato Trupi, fin dal 1607.

minoranze linguistiche: il maso Trupi

Trupi

All’improvviso tutto cambiò

Una mattina di aprile del 1942, dei soldati tedeschi salirono la strada impervia fino a Trupi. La comunicazione che portarono fu chiara e impietosa: “avete un’ora di tempo per mettere insieme le vostre cose. Venite giù con noi”. Riunirono tutto quello che poterono, in una cassapanca di legno. La cassapanca, così come l’intera famiglia, fu registrata con il numero 0245.

La famiglia intera fu portata in un Lager nelle vicinanze di Klagenfurt, dove vennero riunite circa 1000 persone e da lì, venne poi trasferita in Germania, ad Hagenbuchach, vicino a Norimberga. L’accusa, per tutte queste persone, era la stessa: l’appartenenza alla minoranza linguistica slovena.

Il ritorno a casa e l’inizio dei guai veri

Durante il regime, era di fondamentale importanza che tutti i masi e le fattorie, venissero sfruttati e coltivati. Le terre e le abitazioni dei deportati venivano normalmente spartite tra altre famiglie, ma nessuno volle andare ad occuparsi del maso di Janez e Maria. Troppo scomodo, troppo lontano, con pascoli troppo impervi. Fu così che, dopo pochi mesi di detenzione in Germania, per intercessione di un parente, poterono fare ritorno a casa. Non trovarono più nulla, a parte i muri e ricominciarono tutto da capo.

In quel momento giurarono che si sarebbero ribellati e avrebbero combattuto, sempre e comunque, il nazionalsocialismo, ovunque si fossero trovati e con tutti i mezzi che avessero avuto.

Nell’autunno del 1943, nei boschi non lontano da casa, sul versante sloveno, Janez incontrò per la prima volta dei partigiani. La famiglia iniziò ad aiutare la resistenza, offrendo talvolta riparo, informazioni e cibo. Tuttavia, sempre più spesso, soldati tedeschi si fecero vedere a Trupi e il dubbio era che stessero iniziando a sospettare.

Uno stratagemma per resistere e combattere

Bisognava inventare qualcosa a Janez venne un’idea. Decise di inscenare il suo rapimento da parte dei partigiani, in modo da allontanarsi dal rischio di cattura e allo stesso tempo potersi unire ufficialmente alla resistenza. Maria rimase, così, sola a Trupi con i figli e le visite dei soldati, alla ricerca di prove e informazioni si fecero sempre più insistenti. Talvolta Maria si trovò a dividere il maso con più di 20 soldati, che controllavano ogni suo passo, giorno e notte. Sul pavimento, a ogni lato del letto, dormiva un soldato e se lei avesse voluto alzarsi, per qualsiasi motivo, avrebbe dovuto svegliarlo; volevano essere sicuri che non si mettesse in contatto con i partigiani di notte.

L’arresto

Dopo un mese, la famiglia fu nuovamente portata via dal maso, verso Villach, dove Maria venne arrestata e continuamente interrogata dalla Gestapo, mentre i bambini furono portati dai nonni. Janez non poteva sapere di questi ultimi avvenimenti, ma lui e Maria avevano concordato un codice tramite il quale lei avrebbe potuto far sapere ai partigiani se nel maso fossero stati presenti soldati. Due finestrelle ”gemelle” avrebbero avuto entrambe gli scuri aperti solo se nel maso ci fossero stati più di 20 soldati. Prima di lasciare il maso, Maria riuscì ad aprire, passando inosservata, entrambi gli scuri delle finestre. Quando Janez, insieme a un gruppo di partigiani, si avvicinò alla casa, vide gli scuri aperti e convinse i compagni di lotta a non avvicinarsi. Tutti tranne uno, che decise di andare verso il maso e venne ucciso dai soldati.

Era dicembre del 1944 e Maria rimase prigioniera della gestapo per 3 mesi. Quando sembrava che si fosse deciso per una sua deportazione in un campo di concentramento, gli Alleati entrarono in città e bombardarono gran parte di essa. Fu liberata subito prima della fine della guerra e sopravvisse ai bombardamenti, potendo tornare dalla propria famiglia. Lo stesso fece Janez e, di nuovo, dovettero riprendere in mano un maso deserto e ricominciare tutto dall’inizio. Nacquero altri due bambini e la vita tornò alla normalità, ma per i protagonisti, questi ricordi rimasero indelebili e vennero tramandati alle generazione successive, perché nessuno dimentichi.

Questi ricordi sono arrivati fino a me e ho sentito il dovere, a pochi giorni dalla “giornata della memoria”, di condividerli con voi. E’ merito di persone come loro se oggi, i miei figli, possono salire a Trupi e parlare con i loro cugini la lingua che desiderano.

minoranze linguistiche: nuove generazioni al maso Trupi

Nuove generazioni a Trupi

IL TEDESCO IN ALTO ADIGE

Tornata a casa dai miei 6 mesi di Erasmus, insieme a quello che, anni dopo, sarebbe diventato mio marito, e finiti i miei studi in Architettura, era il momento di decidere dove avremmo iniziato la nostra vita insieme. Io, ai tempi, non parlavo tedesco e lui parlava pochissimo italiano. In Austria non avrei trovato lavoro io e in Italia avrebbe avuto difficoltà lui. La scelta è caduta, in maniera piuttosto ovvia, sull’Alto Adige bilingue e ci siamo trasferiti a Brunico.

L’Alto Adige ci ha accolti e con curiosità e rispetto, abbiamo iniziato a conoscere davvero la storia e le ragioni del bilinguismo che nessuno, nei miei percorsi scolastici, mi aveva mai raccontato davvero.

Perché in Alto Adige parlano tedesco?

minoranze linguistiche: cartelli bilingue

Segnaletica bilingue

Anche qui, semplicemente perché il territorio è diventato “Italia” solo nel 1918 con la sconfitta dell’Impero Austroungarico nella Prima Guerra Mondiale. Insomma, i nonni dei miei coetanei sono nati in Austria, precisamente in Tirolo. La morfologia del territorio (montagne e valli isolate), insieme all’economia di carattere prevalentemente rurale e a una forte componente di sano orgoglio nazionale, hanno fatto sì che la lingua tedesca venisse mantenuta e trasmessa alle generazioni successive.

I tentativi di italianizzazione forzata

Il governo fascista, così come fecero i “cugini” nazisti in Carinzia, tentò di imporre con la forza l’italianizzazione dell’area. La lingua tedesca venne eliminata dai programmi scolastici, diventò impossibile, per chi parlasse tedesco, lavorare nella (o per la) pubblica amministrazione, i nomi vennero “tradotti” o italianizzati, vietando l’utilizzo di quelli originari tedeschi ecc… Vennero inoltre mandate migliaia di famiglie, principalmente dal sud Italia, con lo scopo di “colonizzare” l’area e forzare l’italianizzazione. I fascisti, però, non avevano fatto i conti con l’isolamento geografico delle vallate e con l’orgoglio delle popolazioni tirolesi. Le famiglie italiane trasferitesi in Alto Adige, non poterono che diventare, fondamentalmente, una minoranza (malvista) all’interno di un territorio ancora fortemente austriaco.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il terzo Reich, una volta annessa l’Austria, si spinse fino a conquistare i territori altoatesini, ma a guerra finita (e, come sappiamo, persa dalla Germania), la regione venne riconsegnata all’Italia.

La garanzia di tutela della lingua tedesca, non sempre attuata

Come parziale compensazione per la “sottrazione” dell’Alto Adige, all’Austria (che nel frattempo aveva convinto tutti di essere stata “la prima vittima” della Germania nazista) venne garantito, attraverso patti bilaterali, il riconoscimento dei diritti di minoranza per la popolazione di lingua tedesca e la relativa tutela.

La calma durò solo una decina d’anni, perché già negli anni ‘50, i rappresentanti della minoranza di lingua tedesca, iniziarono a lamentare il mancato rispetto da parte del governo italiano degli accordi e un constante tentativo di italianizzazione. Gli scontri furono diversi e andarono avanti per anni; furono piazzati diversi ordigni, spesso ai sistemi di telecomunicazione, dagli indipendentisti. Questi miravano a garantire quell’isolamento che gli dava la forza per non sottomettersi a quelli che, ai loro occhi, non erano altro che invasori prepotenti. Furono diversi i morti, sia tra gli italiani, che tra gli indipendentisti, fino a quando, negli anni ‘70, la regione ottenne lo statuto di regione autonoma, indipendente anche da Trento.

Consiglio di lettura

Vorrei concludere consigliandovi un libro che ho letto diversi anni fa e che è proprio una finestra su quel mondo. Si tratta di un romanzo, quindi vicenda e personaggi sono inventati, ma il background storico e geografico è accuratissimo. Ve lo consiglio davvero, scoprirete un mondo di cui ignoravate la storia e, forse, comprenderete meglio come mai, quando andate in vacanza in val Pusteria, intorno a voi sentite parlare quasi solamente tedesco.

Il libro a cui mi riferisco è “Eva dorme” (link affiliato) di Francesca Melandri.

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