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L’ERASMUS NON E’ SOLO UN ANNO DI VITA, MA LA VITA IN UN ANNO

La vita in un anno

L’Erasmus non è solo un anno di vita, ma la vita in un anno!
Quante volte ho letto questa frase prima di partire, quante volte ho sognato ad occhi aperti di prendere un aereo e volare in una nuova città, tra persone ignote, di fermarmi ad osservarle mentre camminano per strada, tra bimbi che giocano ed anziani che si tengono per mano. Diventare parte di quella città, riconoscere quella gente, fino a realizzare che questa è la vita e che non ne sono solo spettatore esterno, ma artefice. Così da vivere intensamente: festeggiare fino a notte fonda, rinunciare a qualche ora di sonno per studiare, organizzare meeting per non perdere nemmeno un secondo degli ultimi momenti. Senza badare al come e al perché delle mie azioni, semplicemente facendo di ogni singolo giorno un unicum. Alla fine quest’anno si è rivelato migliore di quanto lo potessi immaginare.
La vita in un anno
Ora però è giunto il momento di congedarsi. I saluti, in realtà, sono iniziati tre settimane fa, ed è tutt’altro che facile affrontarli. Si sapeva fin dall’inizio che sarebbe andata così, che ognuno di noi avrebbe fatto ritorno alla propria vita pre-erasmus, a tutto quello che c’era prima e che non ha mai smesso di esserci malgrado la lontananza. Nonostante ciò non è semplice accomiatarsi, anche se era qualcosa di previsto, come un finale già scritto che si trova in fondo ad un libro e che si può andare a leggere, sfogliando le pagine fino in fondo, a qualsiasi punto della lettura. Ad ogni ritorno di qualcuno di noi nella rispettiva patria è corrisposta una cena insieme a chi restava, e ad ogni saluto un momento per ricordare tutte le esperienze vissute.
Quanto siamo cresciuti, quante situazioni abbiamo imparato a gestire, quante esperienze abbiamo condiviso, quanti segreti abbiamo mantenuto e quanta vita traspare dai nostri sorrisi. Sorrisi che si tramutano in espressioni malinconiche non appena ci rendiamo conto che tutto questo sta per arrivare al termine.
I bagagli si stanno riempendo e le nostre stanze svuotando. Noi ci siamo arricchiti, ci porteremo a casa tanto, più di quello con cui siamo arrivati, pur lasciando dietro di noi qualcosa.
La vita in un anno
Mi sono ritrovata ad abbracciare quattro spagnoli, due francesi, due portoghesi e alcuni italiani. Tutte persone di cui 10 mesi fa nemmeno sapevo il nome e che ora sono la mia famiglia, e non per modo di dire, non si tratta di una sterile frase fatta. Con loro ho condiviso, assieme agli sbadigli, i miei primi pensieri del mattino, mentre mi preparavo la colazione. Erano i primi a darmi il buongiorno, anche dai loro sorrisi mattutini dipendeva come sarebbe andata la mia giornata. Camminavamo assieme percorrendo le stesse strade per arrivare all’Università e negli altri luoghi della città, esternando le preoccupazioni per gli esami e per le altre sciocche avversità da giovani studenti Erasmus. Loro sono stati parte delle mie gioie, delle mie gelosie e delle mie pazzie. Con loro ho studiato fino all’esasperazione e bevuto nei momenti spensierati di festa. Mai, e dico mai, mi potrò dimenticare di loro, delle belle persone che sono, di come mi hanno cambiata e di come sono diventata un pezzo della loro vita e loro della mia. Senza il ricordo di uno di loro mancherebbe un pezzo del mio puzzle, un puzzle che acquisisce pezzi con il passare del tempo e l’avvicendarsi degli avvenimenti, ma che non può perderne. Questo perché ogni pezzo ha l’incastro per quello successivo. Le persone non passano nella nostra vita senza lasciare una traccia, ma ci plasmano, ci cambiano, ci arricchiscono, ci lasciano idee e pensieri nuovi. Li abbraccio, provo a salutarli una volta, poi un’altra, una terza, mi sposto con loro un po’ più vicino alla loro casa, li accompagno a prendere le ultime cose, scendo con loro ad aspettare l’ultimo taxi, li risaluto e li riabbraccio. In quel momento mi scorrono davanti tutti questi 10 mesi. Penso al primo sguardo scambiato con loro e rispondo con il più intenso che ho, con la speranza che tutte le parole che non mi escono, soffocate da una tristezza che non voglio mostrare, possano essere rivelate dai miei occhi umidi, felici e pieni.
Ripenso ad ogni singola persona che ha lasciato Martin, con la sicurezza che la rivedrò, a Malaga in settembre, a Brest il prossimo anno, in Italia in un qualsiasi momento. Non è un addio, perché il filo che ci ha unito è ben costruito, resistente. La struttura è profonda e intricata e nessuno potrà mai scioglierla.
La vita in un anno
Ormai se ne sono andati quasi tutti, siamo in pochi superstiti, il gruppo si sta restringendo. È arrivato anche per me il momento di fare definitivamente le valigie. Comincio frettolosamente a mettere in ordine tutti i maglioni, a cercare di far stare tutto il mio armadio in due bagagli, corro affannosamente con la speranza di finire in tempo, mi giro e mi guardo attorno. Fisso le valigie quasi piene, guardo gli scaffali vuoti, i libri nello zaino e le foto nella busta. Mi scende una lacrima, ma prima che possa rigarmi il volto decido che non è ancora tempo di piangere. I miei amici sono fuori a pranzo mentre io sto preparando tutto. Risolvo che è meglio prendersi una mezz’oretta di pausa dal piegare vestiti per sfogarmi con loro. E così finisco in piscina nel giorno più sbagliato, con un temporale sopra la testa, ma decido di tuffarmi nonostante la pioggia ed esce il sole. Quasi a testimonianza del fatto che per ogni momento “no” ce ne sarà sempre uno positivo e risolutivo. Lo svago ha funzionato, ma poi realizzo che me ne sto per andare per un weekend e poi devo tornare a dire addio per sempre a quella casa che mi ha accolto per un anno e ai miei coinquilini con cui ho condiviso tanto. Dovrò salutare per l’ultima volta Martin, che mi ha fatto conoscere le persone giuste, città che amo e odio nello stesso tempo perché adesso come faccio a lasciarle?

“Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici. Sono i premurosi giardinieri che fanno fiorire la nostra anima.”
Marcel Proust

Ilaria

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