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METTILO GIU’ CHE COSI’ LO VIZI

Così lo vizi

Torniamo a parlare di “vizi”, un argomento che mi sta molto a cuore.

Quanti di voi si sono sentiti dire “mettilo giù che così lo vizi” almeno una volta nella vita? Io direi tutti. Sbaglio?

Qualcosa si sta muovendo, ma la convinzione che tenere in braccio i bambini sia sbagliato è ancora tanto radicata, nonostante negli ospedali stessi, negli ultimi anni, siano cambiati completamente i protocolli.

Questo basterebbe a farci riflettere.
Basta pensare al contatto pelle a pelle (chiamato anche skin-to-skin) che viene praticato (spero) ormai dovunque, durante le prime ore dopo la nascita. Oppure al “rooming-in”, ovvero la presenza costante del bambino nella stanza della mamma, CON la mamma. Per una vicinanza continua, senza separarli come avveniva fino a non molto tempo fa.
La mia generazione – e parlo di poco più di trent’anni fa – veniva ancora allontanata dalla mamma durante la degenza almeno per la notte, se non di più. In seguito a studi di neurobiologia e neuropsicologia, invece, hanno capito l’importanza di questo contatto continuo e gli ospedali sono i primi ad essersi adeguati.

Il bisogno di contatto del neonato è un bisogno primario tanto quanto quello di essere nutrito.

Così lo vizi

Risulta addirittura essenziale con i bimbi nati prematuri, che in questo modo hanno molta più probabilità di sopravvivere e di crescere scongiurando patologie importanti. Avete mai sentito parlare della Kangaroo Care? Viene chiamata anche marsupio terapia, e si tratta proprio di tenere addosso i bimbi nati pre-termine per poterne regolare la temperatura corporea, il respiro, per allattarli e stimolarli attraverso il contatto pelle a pelle con la mamma, ventiquattr’ore su ventiquattro.

Durante un corso che sto seguendo proprio in questo periodo mi è stato ricordato che il bambino viene al mondo quando la dimensione cranica ha raggiunto la misura oltre la quale non potrebbe più passare dal canale del parto, ma il suo sviluppo neurologico non è ancora giunto a termine.

Tant’è vero che, contrariamente a molti cuccioli di altre specie, il cucciolo d’uomo è ancora completamente dipendente dai genitori senza i quali non potrebbe sopravvivere. Si parla di “esogestazione”, ovvero i (circa) nove mesi successivi alla nascita durante il quale il bambino arriva GRADUALMENTE alla maturazione completa. Nove mesi in cui, soprattutto inizialmente, ricercherà quel contenimento, quel dondolio (da qui “dindalon”?) e quel calore che lo hanno accompagnato per tutta la sua vita uterina e che gli daranno sicurezza, conforto e gli permetteranno di crescere sentendosi amato e compreso. E questo può ritrovarlo solamente attraverso le braccia della mamma (o della figura che se ne prende cura).

I neonati, quindi, non sono “furbi” né viziati, sono semplicemente istintivi, frutto di un bagaglio comportamentale che consentiva loro, migliaia di anni fa, di sopravvivere proprio grazie alla vicinanza del genitore.
Marta

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