Finisci quello che hai nel piatto

Davvero ancora oggi pensiamo che obbligare a mangiare sia una soluzione? Che far leva sui sensi di colpa, ritenendo i bambini responsabili dell’umore della mamma e del papà, sia la chiave giusta?
Quando ero bambina sono cresciuta attorniata da persone che insistevano perché non mangiavo abbastanza: nonni, bisnonni, insegnanti. Persino la bidella della scuola, quando sono stata operata di appendicite, la prima cosa che ha detto a mia mamma è stata: “oh, poverina, non mangia già niente normalmente, figuriamoci in ospedale!”. Che poi era la stessa che mi inseguiva cacciandomi dei biscotti in tasca.
Però, trent’anni anni fa, ci poteva anche stare. I miei nonni hanno vissuto la guerra, hanno patito la fame e questa è stata una delle conseguenze.
Mangiare, per loro e per tutti quelli della loro generazione, significava stare bene. Ma oggi no, non può essere ancora così. Dovremmo esserci evoluti nel frattempo.

Durante il corso della mia esperienza come educatrice negli asili nido, e poi anche nella vita quotidiana, ne ho viste e sentite d’ogni.
Parliamo delle maestre che, non appena vai a prendere tuo figlio all’asilo, la prima cosa che dicono è: “è stato bravo, ha fatto la cacca e ha mangiato tutto”. Perché, diversamente sarebbe stato cattivo? Se ha fatto la cacca è perché gli scappava, se ha mangiato tutto è perché aveva appetito. Fine. La giustificazione “è un modo di dire” non significa niente, le parole hanno un peso, non si possono buttare lì a caso, così, tanto per dire. Perché oggigiorno non sono previsti dei corsi di comunicazione obbligatori per gli educatori?
Il rapporto con il cibo è delicato e può portare problemi anche molto gravi, come sappiamo.
Dovremmo tutti avere delle basi da cui partire, genitori, insegnanti e operatori sanitari. Il pediatra di Beatrice sostiene che non sia importante la quantità di cibo che mangia, ma la sua vivacità. Il nostro compito di genitori, in questo caso, è rilevare che il bambino sia attivo e vivace, non rimpinzarlo di cibo secondo le quantità che abbiamo prestabilito noi o secondo quello che mangia il figlio dell’amico. Eppure ci sono ancora molti pediatri che non utilizzano al meglio la tabella della curva di crescita, e che sono pronti a segnalare un percentile più basso della media senza analizzare la situazione complessiva della crescita o i fattori genetici che determinano quel singolo bambino.

Finisci quello che hai nel piatto

Come mai (soprattutto noi italiani!) combattiamo affinché i nostri figli mangino “tanto e tutto” e non ci preoccupiamo, invece, della loro stanchezza? Quanti bambini, dopo otto ore di scuola, vengono ancora portati a danza – inglese – equitazione – calcio e chi più ne ha più ne metta? Poi magari sono gli stessi che i genitori definiscono “capricciosi” senza domandarsi il perché.

Io per prima, ultimamente, guardo quel numerino sulla bilancia di Beatrice con un po’ di apprensione, soprattutto da quando siamo state in ospedale. È magrolina, ma lo è sempre stata, come me e come una delle mie sorelle e, prima della mononucleosi, è sempre stata forte e sana. Sicuramente l’aver perso peso quando non è stata bene non le ha giovato, e ci ha impiegato del tempo a riprenderlo. Sto cercando di informarmi in modo da prepararle dei pasti un po’ più nutrienti. Insisto un po’ perché stia a tavola con noi, quello sì, perché non può vivere degli spuntini che fa poi dopo quando le torna appetito. Ma mai e poi mai la obbligherei a mangiare di più di quello che si sente (difatti, ai tempi, abbiamo scelto l’autosvezzamento proprio perché convinti della capacità di ogni bambino di autoregolarsi).

Lo penso sinceramente, non va bene piazzare il bambino davanti ai cartoni per farlo mangiare, o inseguirlo per casa “purché mangi”. Non è giusto metterlo in punizione se non finisce quello che ha nel piatto (impedirgli di giocare in cortile o andare alla festa di compleanno dell’amichetto sono alcune delle minacce che si sentono abitualmente) o dirgli di farci felici mangiando tutto, facendo leva sui sensi di colpa. L’aeroplanino per mangiare qualche boccone in più non è necessario, il bambino è in grado di capire da sé quando è sazio.

Non gli stiamo facendo del bene, gli stiamo spianando la strada verso un qualche tipo di disturbo alimentare.

Non c’è un manuale d’uso al momento della nascita dei nostri bambini (peccato!), e io non sono una nutrizionista né una psicologa, sono una mamma che cerca di usare un po’ di buon senso, e non credo che il mangiare tanto e tutto faccia di nostro figlio un bambino bravo e obbediente.
Marta

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