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RACCONTO DI MARZO: IL CERVO BIANCO

Il Cervo Bianco

Simone era arrivato all’età in cui si comincia a distinguere la realtà dall’immaginazione, ma ancora si può scegliere a cosa credere tra le due.

Per questo motivo, quel giorno, aveva varcato la porta di casa tutto trafelato, sostenendo ad alta voce di aver visto un branco di cervi nel cuore della foresta.
Il nonno lo aveva ammonito, sostenendo che di cervi, da quelle parti, non se ne vedevano più da un bel pezzo: se ne erano andati, lasciando quel poco di bosco ancora intatto attorno alla Collina vuoto e silenzioso.
Ma Simone non si era dato per vinto e così, l’indomani, aveva convinto il nonno a seguirlo nella radura laddove il giorno prima aveva visto l’impossibile (e non si era accorto, eccitato com’era mentre correva lungo il sentiero, che il nonno aveva acconsentito a quella verifica senza il solito mugugnare).

Simone non poteva saperlo, ma in cuor suo il nonno avrebbe dato chissà che cosa per vedere anche un solo cervo correre di nuovo per il bosco.
Ricordava fin troppo bene quella che era la Foresta ai tempi in cui lui stesso era un bambino: un luogo magico, vasto e selvaggio, in cui si aveva paura ad addentrarsi da soli per via delle storie e delle leggende che i grandi raccontavano la sera davanti al camino.
C’era la storia del Cinghiale Rosso, che si diceva avesse almeno cent’anni e che fosse la preda più ambita da intere generazioni di cacciatori -a cui però era sempre sfuggito;
c’era la leggenda della Donnola Parlante, un animale saggio e astuto che, se da un lato riportava a casa i bambini che si erano perduti, dall’altro accompagnava gli uomini con cattive intenzioni nel luogo più oscuro della foresta;
c’era la vicenda della Ragazza-Lupo, la cui storia acquisiva ogni volta contorni diversi a seconda che ne narrava un aneddoto.
Insomma, c’erano racconti e leggende per ogni pianta o animale del bosco, ma la preferita del nonno era, da sempre, la leggenda del Cervo Bianco.

Il Cervo Bianco

Gliel’aveva raccontata a suo tempo suo nonno, una sera che fuori nevicava fitto (e come gli mancavano, quelle nevicate!).
Si diceva che il Cervo Bianco, in origine, fosse un cervo esattamente come tutti gli altri.
Un giorno d’inverno, freddo come pochi, aveva scoperto una radura nel cuore della foresta e vi aveva trovato, sotto un leggero strato di neve, dell’erbetta fresca e tenera come quella che nasce in primavera.
Affamato, stava per mordere il primo ciuffetto quando una fata era comparsa tra gli alberi e, supplicandolo, gli aveva chiesto di farla mangiare.
Il cervo acconsentì e la fata, per ringraziarlo, gli fece una promessa “Torna qui tutti gli inverni ed io ti prometto che, quando cadrà la neve, tu non patirai più la fame”.
Poi allungò le dita per accarezzarlo e come lo toccò, ecco che il suo manto si tinse di bianco.
Il cervo non mancò mai di fare ritorno in quella radura al cadere della neve, e si diceva che quello fosse l’unico momento in cui era possibile vederlo.

“Nonno! Siamo quasi arrivati!” la voce squillante di Simone riportò il nonno alla realtà.
Avevano camminato lungo il sentiero ed ora la traccia svaniva tra gli alberi (il nonno non ricordava quella parte del bosco, ma ricondusse questo fatto all’ennesimo scherzo dell’età).
Simone, di qualche passo avanti, aveva rallentato ed ora si muoveva con grande attenzione “Facciamo silenzio!” bisbigliò.
Potevano intravedere la luce filtrare di nuovo tra i rami -doveva trattarsi proprio della radura.
Al nonno il cuore aveva iniziato a battere forte: sapeva che non aveva senso sperare nel racconto del nipote, eppure…
Lasciò Simone correre avanti, mentre lui si fermò a pochi passi dalla fine del bosco.
In quel momento, qualcosa di freddo gli toccò la guancia: aveva iniziato a nevicare.

…Lo videro davvero, il Cervo Bianco?
Forse sì e forse no, ma il fatto è questo: il nonno era arrivato a quell’età in cui si comincia a non distinguere più l’immaginazione dalla realtà… e per questo, di nuovo, si può scegliere a cosa credere tra le due.
Clarissa

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